Tabaccheria Sansone di Roma - pipa sigari e accessori da fumo
Dal punto di vista del fumo: 150 anni dell’Unità d’Italia.

Una domenica, famiglie in gruppo, risate e una spedizione simile a un esproprio proletario presso le Trattorie mantovane: tortellini,tonnellate di salama da sugo, salame all’aglio, bollitti e alla fine, alzatici che eravamo dalla tavola e che bevottici mezza cantina ci rincaminammo mesti verso casa, eppure qualcosa mancava, mancava la vista di noi stessi; si perche vicino mantova nascemmo, e sempre vicino mantova decidemmo di passare la notte; dove? In una piccola città  che si chiama Curtatone.
Giunti li, imberbi e incuranti delle più basilari norme umane di sopravvivenza, ci risedemmo presso le osterie locali, e ricominciatoci a degludir lo nettare d’etilica composizione; l’oste si fregava le mani, lo cantiniere mesto vedeva svuotarsi le aree destinate allo stoccaggio…… in breve in una serata ognuno di noi consumò un banchetto di Trimalchionica memoria. 
Ma  dopo la serata, venne la nottata, e la nottata portò incubi! Perché per metaboloizzar  l’impresa apena compiuta, altro che diger seltz, e cosi fummo  presi dagli incubi:, chi sognò l’esame di maturità in cui si doveva sostenere  l’orale ignudi….. insomma fummo assaliti dagli incubi.

Verso le 3:33 di notte, in quella che si conosce come l’ora delle streghe, recatomi presso lo marmoreo luogo, passando dinazi allo specchio, vidi in esso uno strano figuro che mi guardava, e non ero io!
Vestito con una divisa haime raffazzonata dalla battaglia appena combattuta, fumante e sorridente, costui scriveva su una pergamena un messaggio;  supponendo  che l’ubriachezza mi stava causando allucinazioni, me ne tornai a letto e risvegliatomi mi trovai con una lettera vergata in pergamena sul volto, tale missiva cosi recitava. Pipa dedicata a Cavour

“Sono 150 gli anni dell'Italia Unita. La 'u' maiuscola si staglia oltre il rigo a sottolineare l'importanza dell'aggettivazione, vergata col sangue di martiri veramente martiri e colla penna degli ingegni profetici della nostra penisola che ancora ci stringe fratelli; italiani. Eppure quanta fatica, quante resistenze, quante paure abbiamo dovuto superare per farci “italiani”. Negli ultimi mesi tanta copia di ideali e di vite spezzate per amore, rischiano di andare in fumo per le strategie distruttive di chi vuole smarrire la memoria del “Nostro Risorgimento” o di chi l’ha già persa affaccendato a ricordare le gesta degli eroi attuali sui campi dei reality. Come rinovellare tante battaglie? Quali scegliere nel poco spazio di un Foglietto? E senza, poi, voler offender niuno o gettare nell’ombra questi e quest’altri? D’uopo saria eleggere un punto di vista o una piccola pittura d’iscorcio per suscitare in te, benevolo lettore, la curiosità necessaria a intraprender la gravosa opera della ricerca tra i libri di storia o i notiziari moderni che vedete da quelle finestre illuminate a festa e chiamate con nome straniero computer. Noi, ai tempi nostri, comunicavamo per lettere e biglietti di carta vera e non di etere e vetro come le vostre moderne. E dunque, proprio a una una lettera di un giovane soldato dal campo di Curtatone affido l’arduo compito di portare il testimone degli ideali che mossero i nostri cuori a difendere la Libertà della Patria nostra. Oggi, a voi, “libertà” pare cosa scontata. Suvvia or porgi l’orecchio e ascolta l’intrapese e i sacrifici compiuti da questo battaglione universitario, composto di studenti e professori unanimi. Dopo lungo addestramento, venuto il momento, volarono sul campo di battaglia e con indomito coraggio pugnarono e morirono gridando “Viva l’Italia”. Era il 29 maggio del 1848. Alle 11 «si cominciò a sentire le prime fucilate al campo di Curtatone, distante un miglio e 1/2 dalle Grazie. Intanto le palle di cannone  e le bombe ci venivano d’intorno da tutte le parti, ma nessuno fu offeso; il che ci dette maggiore coraggio […] vedemmo alzarsi un nuvolo immenso di fumo e poco dopo ci passarono davanti un gran numero di soldati tutti anneriti e abbruciati dal fuoco e quasi nudi, e sconciamente feriti in vari modi. Una sola bomba nemica fu capace di tanto male, la quale venne precisamente a cadere in un cassone di polvere, che s’incendiò, mentre moltissimi v’erano attorno per provvedersi di munizioni. […] Tal vista ci commosse vivamente, sicché quella forza d’animo e quasi durezza che è necessaria al soldato, ci cominciava a mancare. Ma non fu che un momento, perché al comando avanti avanti, tutti ci movemmo con la massima fermezza, risoluti di vendicare i nostri fratelli. Entrammo in Curtatone. Già tutto era in disordine. Le palle di fucile ci fischiavano intorno alla testa; le bombe scoppiavano continuamente da tutte le parti; le capanne erano messe in fiamme dai razzi al congreve; le palle di cannone tirate a brevissima distanza abbattevano alberi e mura. […] Nessuno sentiva più, né obbediva al comando degli Uffiziali; e noi ci lanciammo per diverse parti alle barricate, assordati dai colpi continui, dai gridi dei morenti e dei fuggitivi, senza riconoscersi l’uno coll’altro, e solamente occupati a tirare  e tirare il maggior numero di colpi che si potesse. Allora il fuoco dalla nostra parte ricominciò più vivo; ma alle nostre fucilate si rispondeva con cannonate. In questo tempo fummo assaliti anche di fianco da barche cannoniere, che vennero per il lago. […] Quel momento di terrore non può descriversi e nessun uomo, io credo, che ci fosse stato presente avrebbe potuto avere sangue freddo. […] Io rimasi qualche tempo impedito da un largo fosso, che non sapeva come passare, e, quando fui potuto giungere all’altra parte per mezzo di una trave, mi avvicinai alla via maestra [...] andai verso Castellucchio, trovai altri Volontari Napoletani e Toscani. Erano le 6 e 1/2 circa e il sole ci pareva ardere più del solito. Si andava muti, incerti tuttavia della nostra sorte, e afflitti, pensando a quella de‘ nostri compagni…. Ai campi di Montanara e di S. Silvestro i Tedeschi non potevano essere meno di 15 mila, né aver meno di 20 pezzi di cannone; noi eravamo 5 o 6 mila con 9 o 10 pezzi…. il fuoco durò 6 ore e la strage fu grande… Non scrivo più perché sono abbattuto di spirito e di forze».  
Chi restava alle case aspettava con trepidazione missive come questa, era segno di vita o meglio di Risurrezione ché chi partiva per il campo noi lo si considerava già morto. Vedi di quale materia è composto il sogno della Patria Una e Unita!
Or, che mi sento relegato al margine, guardo alle costumanze vostre... anestetiche perfino per le utopie e, imbraccio la pipa, quasi fosse un fucile, sparo pensieri a salve di fumo plasmati, dinanzi ad un  libro di memorie patrie. E penso a te che, forse,  avrai sentito brama di conoscere meglio le tue origini. Questo è il fumo che mi ricrea: italiano figlio di Italia. Cosa farei per i 150 anni dell’Italia unita? Oh, non ti paia molle questo mio desiderio, farei costruire una “pipa” per ogni eroe morto d’anonimo amore… ma la storia solamente disseppellisce alcuni e li consacra immortali. Lungo lo stivale di questa nostra Penisola fino a dopo il 1860 or gridammo per Mazzini e Cattaneo, or Per Gioberti e Pio IX e ancor per Cavour e Garibaldi poscia. Allor io, a dirtela tutta, una pipa la foggerei per Mazzini e Gioberti: perché l'idee smossero la palude degli animi rassegnati alle catene straniere e l’altra per Cavour: perché la scaltrezza dello statista ci strinse insieme sotto l'unica bandiera che veste tricolore la Vergine “turrita” a nome Italia. E Garibaldi? So che mirate la barba fluente e lo sguardo fiero sulle scatole dei sigari di Toscana...
Di Toscana memoria; così finì di recitare l’epistola che avevo trovato sul mio letto; avevo tovato? O mi era stata fatta recapitare? E soprattutto perché? Ci sono cose in questa esistenza grama e non è proprio reale che non è giusto, o savio domandarsi da dove provengono; ci sono fuochi fatui, Magioni stregate, ombre che camminano nei camposanti,e  anche epistole che un povero essere umano si ritrova nel letto, mentre un cachinnante riso proviene da chi sa dove.
Taciturno, nel tornare nella mia casa , cogitabondo raggionavo sul da farsi, perché quella epistola vergata con la passione e col sangue di un patriota italiano, andava in qualche modo consegnata, e il suo desiderio realizzato: alla fine cos’è che voleva? Fare una pipa? Realizzare un sogno? Beh allora questo sogno andava realizzato.
Dopo pochi giorni l’idea aveva preso forma, intanto avevamo deciso di farle realizzare a un duca, anzi al Duca,  Massimiliano Rimensi, in arte “Il Duca pipe” artista artigiano, nobile, incallito perseveratore di pensieri e forme, Max poteva! Si Max poteva! In secondo luogo avevamo deciso che queste pipe, fossero contenute in qualcosa, in un ogetto, in un piccolo suppellettile diverso da quelli prodotti nel mondo postindustiale della massificazione inraggionante e asfitticamente ebete..
I giorni passavano, e passavano anche le idee, si fondevano, si modellavano, e piano piano prendevano forma, arrivavano le prime foto, e come carbonari vedevamo rinascere sentimenti e nomi che senza quell’epistola sarebbero rimasti consegnati alla memoria, ma non rivissuti nell’esperienza; contemporanemente; provando e riprovando il sacchetto portapipa iniziava a prendere forma, il tweed , la lana, lo spinato, il peltro, tutte le stavamo provando indecisi e insoddisfatti di quello che accadeva, perche volevamo solo il meglio, qualcosa che rimanesse veramente nella memoria.
Alla fine giunsero, Massimiliano aveva fatto un lavoro straordinario, partendo da tre dipinti dell’epoca, aveva estrapolato tre forme rendendole attuali nei materiali e vetuste nel design! Erano magnifiche erano vere e unite a un portapipe che alla fine eravamo riusciti a realizzare: avevano soddisfatto all’epistola ricevuta.

BorselloTornai a casa, di buon umore, presi sonno e sognai una bandiera tricolore che sbatteva al vento, sotto di essa i colpi fischiavano e le urla erano disperate o frenetiche; l’italia si stava formando; un ragazzo, con la camicia insaguinata e una ferita alal fronte fumava una pipa apogiato a un carro, non era uno dei grandi generali non era un grande nome ma carne da macello, era solo l’ideale per cui finora era qusi morto; quasi ma non ancora!
Mi guardò sorrise e disse : ”belle queste Duca, allora hai ricevuto la mia lettera ” e diventando trasparente prese il volo, sorridendo si confuse nella stoffa tricolore e in quei momenti di battaglia seppi d’aver combattuto anch io!

Soffia il vento, urla la gente, e noi italiani, centocinquant’anni dopo abbiamo quasi dimenticato come fummo creati.

 

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